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Legge D'Alia: Facebook non ci sta

Non sono mancate le critiche all'emendamento D'Alia facente parte del Pacchetto sicurezza del governo. Antonio Di Pietro paragona l'Italia alla Cina

Dino del Vescovo

16febbraio 2009
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Legge D'Alia: Facebook non ci sta

Nei primi giorni di febbraio, vi abbiamo informati sull'approvazione da parte del Senato dell'emendamento proposto dal Presidente dei senatori dell'Udc, Giampiero D'Alia, con il quale si prevede la repressione dei casi di apologia e incitamento tramite Internet di associazioni a delinquere, di tipo eversivo, terroristico, sessuale e così via.
Abbiamo inoltre sottolineato l'estrema delicatezza di una questione che di lì a poco avrebbe scatenato non poche polemiche, da parte dello stesso Facebook, principale indiziato quale mezzo di diffusione di massa, e del popolo di Internet. Polemiche che, appunto, non sono mancate. Anzi, si è creato un vero e proprio fronte del no in opposizione al Pacchetto sicurezza del governo, di cui la legge D'Alia fa parte.

Secondo il noto social network - al centro della questione -, la legge "equivarrebbe a chiudere l'intera rete ferroviaria di un Paese a causa della presenza di alcuni graffiti discutibili in una stazione". Così si è espresso Debbie Frost, attuale portavoce di Facebook, nonché ex capo ufficio stampa di Google nel mondo. A supportarlo il responsabile affari legali di Google Italia, Marco Pancini, che insieme ai netizen e alla blogosfera, sperano che alla Camera l'emendamento venga stralciato, ovvero eliminato dal Disegno di Legge N. 733.
Gli oppositori si appellano alle leggi già esistenti, affinché siano applicate e colpiscano chi viola le norme della Rete, considerando inopportuno il bavaglio proposto da D'Alia.
Fra le voci della politica, quella che maggiormente si oppone al decreto appartiene ad Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori. L'ex magistrato di Mani pulite, ritiene che se la proposta dovesse passare, la situazione italiana si farebbe simile a quella cinese (o birmana).

"Un emendamento antidemocratico e incostituzionale - sottolinea Di Pietro - che cancellerà l`informazione in Internet in un soffio equiparando l`Italia alle uniche due nazioni al mondo che hanno queste restrizioni: Cina e Birmania. L`emendamento, sotto il pretesto di chiudere le porte a siti come YouTube e Facebook, in cui sparuti gruppi di fanatici inneggiano a Raffaele Cutolo e Salvatore Riina, nasconde ben altri obiettivi. Quello di oscurare l`ultimo tassello dell`informazione, Internet, che sfugge al controllo di Silvio Berlusconi monopolista dell`informazione privata e di Stato".

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