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Facebook bloccato negli uffici pubblici
La Pubblica Amministrazione ha dichiarato guerra a Facebook e ai siti di social networking, perché distraggono gli impiegati e sottraggono ore di lavoro. Ma non tutti la pensano allo stesso modo
di Franco Forte
18novembre 2008
A quanto pare, i lavoratori della Pubblica Amministrazione non sono solo “fannulloni”, come li ha definiti il ministro Brunetta, ma anche propensi a distrarsi online, trascorrendo diverse ore a comunicare con amici e parenti, a scambiarsi fotografie e video, a espletare, insomma, tutte quelle pratiche del web che oggi vengono riassunte sotto il termine generico di social networking. E lo strumento principale per questo genere di attività è l`ormai famigerato Facebook, il sito attraverso il quale si può accedere a una comunità virtuale di amici in carne e ossa con cui trascorrere parecchie ore in piacevole compagnia.
Lo strumento non è però piaciuto ai dirigenti di diverse amministrazioni pubbliche, che hanno deciso di chiudere i rubinetti e impedire ai propri impiegati di collegarsi a Facebook e ad altri siti di socializzazione analoghi. Hanno cominciato le Poste Italiane, subito seguite dalla Provincia di Milano, ma presto anche la Regione Lombardia ne seguirà l`esempio, e poi altre realtà della Pubblica Amministrazione, tutte convinte che l`attività ricreativa online sia uno spreco di tempo e di risorse che potrebbero essere impiegati molto meglio.
Nel Stati Uniti, dove sono già piuttosto avanti, in questo campo, è raro che le aziende private concedano ai propri dipendenti di collegarsi a siti come Facebook, preferendo però in molti casi dare vita ad ambienti di socializzazione interna studiati per consentire ai dipendenti da una parte di mantenere i propri contatti, dall`altra di accrescere i rapporti di lavoro, l`interscambio professionale e persino la formazione. Si tratta, insomma, di mettere il social networking al servizio dell`azienda e del lavoratore, non bandirlo come nei tempi più bui del proibizionismo.
Ma in Italia, naturalmente, siamo ancora indietro, e problematiche sociali importanti come il fenomeno in crescente ascesa dei siti stile Facebook vengono affrontare chiudendo i rubinetti e tagliando i collegamenti, come se questo potesse essere un rimedio e non un danno. Per fortuna siamo anche un paese di creativi, e nel comune di Napoli, per esempio, anziché impedire ai dipendenti di collegarsi a Facebook impunemente, è stato deciso di concedere a tutti una “pausa” per la socializzazione virtuale, un`ora al giorno spezzettata in 6 pause da 10 minuti ciascuna (sullo stile della proverbiale pausa caffè che a Napoli, si sa, è molto sentita), in modo da mantenere vivo uno strumento potente e in continua evoluzione come Facebook, che meriterebbe un approfondimento da parte dei dirigenti pubblici, non l`oscuramento, e nel contempo senza distrarre troppo gli impiegati dal loro lavoro.
La chiusura a Facebook e ai siti di socializzazione online è comunque destinata a espandersi. Sarà uno degli effetti collaterali dei provvedimenti anti-fannulloni? O semplice avversione dei dirigenti statali per le innovazioni tecnologiche di ampio respiro? Davvero difficile dirlo.
Lo strumento non è però piaciuto ai dirigenti di diverse amministrazioni pubbliche, che hanno deciso di chiudere i rubinetti e impedire ai propri impiegati di collegarsi a Facebook e ad altri siti di socializzazione analoghi. Hanno cominciato le Poste Italiane, subito seguite dalla Provincia di Milano, ma presto anche la Regione Lombardia ne seguirà l`esempio, e poi altre realtà della Pubblica Amministrazione, tutte convinte che l`attività ricreativa online sia uno spreco di tempo e di risorse che potrebbero essere impiegati molto meglio.
Nel Stati Uniti, dove sono già piuttosto avanti, in questo campo, è raro che le aziende private concedano ai propri dipendenti di collegarsi a siti come Facebook, preferendo però in molti casi dare vita ad ambienti di socializzazione interna studiati per consentire ai dipendenti da una parte di mantenere i propri contatti, dall`altra di accrescere i rapporti di lavoro, l`interscambio professionale e persino la formazione. Si tratta, insomma, di mettere il social networking al servizio dell`azienda e del lavoratore, non bandirlo come nei tempi più bui del proibizionismo.
Ma in Italia, naturalmente, siamo ancora indietro, e problematiche sociali importanti come il fenomeno in crescente ascesa dei siti stile Facebook vengono affrontare chiudendo i rubinetti e tagliando i collegamenti, come se questo potesse essere un rimedio e non un danno. Per fortuna siamo anche un paese di creativi, e nel comune di Napoli, per esempio, anziché impedire ai dipendenti di collegarsi a Facebook impunemente, è stato deciso di concedere a tutti una “pausa” per la socializzazione virtuale, un`ora al giorno spezzettata in 6 pause da 10 minuti ciascuna (sullo stile della proverbiale pausa caffè che a Napoli, si sa, è molto sentita), in modo da mantenere vivo uno strumento potente e in continua evoluzione come Facebook, che meriterebbe un approfondimento da parte dei dirigenti pubblici, non l`oscuramento, e nel contempo senza distrarre troppo gli impiegati dal loro lavoro.
La chiusura a Facebook e ai siti di socializzazione online è comunque destinata a espandersi. Sarà uno degli effetti collaterali dei provvedimenti anti-fannulloni? O semplice avversione dei dirigenti statali per le innovazioni tecnologiche di ampio respiro? Davvero difficile dirlo.
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