Vivere Social

Facebook, Twitter & Co. Come la tecnologia influisce sulle relazioni umane – di Federico Guerrini

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Geolocalizzazione, serve davvero?

Poco tempo fa ho scritto un pezzo per La Stampa.it riguardante il nuovo servizio di Facebook, Places, che permette di segnalare online agli amici la propria posizione geografica. In esso si adombrava qualche dubbio sulla reale utilità (a parte quella indiscussa di un tipo commerciale) di un siffatto servizio per l’utente comune.

Non l’avessi mai fatto! Ho letto online alcuni commenti irritati, quasi avessi pronunciato un’eresia o una bestemmia. Per alcuni, ogni critica è un danno al nuovo idolo moderno: la Rete. Ora: gli enormi vantaggi che ha portato Internet sono evidenti, ma ritengo che debba esserci una via di mezzo fra l’apostolato integralista e lo scetticismo catastrofista: deve essere possibile fare qualche osservazione, senza per questo passare per disfattisti.

Ma scendiamo nel dettaglio. Places (o Gowalla, o 4SQ), a cosa servono?

La risposta ufficiale è: per comunicare agli amici la propria posizione e individuare persone che si trovano nelle vicinanze. Se ci si trova a un concerto mettiamo, si potrebbe scoprire che fra la folla c’è qualcuno che si conosce e magari incontrarsi all’uscita. O magari se ci si trova in una città straniera, si può organizzare un meeting al volo.

Benissimo. La prima cosa che mi viene in mente è: è tutto qui? E poi: sono situazioni davvero verosimili? Per quanto riguarda l’esempio del concerto, se ci si trova fra “amici” si suppone che si possegga reciprocamente il numero di telefono dell’altra persona e quindi basti un Sms. E se davvero si era interessati a un incontro, ci si poteva anche organizzare in anticipo. Con le nostre vite molto piene e indaffarate, mi sembra improbabile poi, che si riesca a organizzare un meeting last-minute in una metropoli. Possibile, ma non così semplice.

Personalmente non credo che passerei il mio tempo a taggarmi qua e là per vantaggi così limitati. Four Square e Gowalla, infatti, prevedono meccanismi ludici e informativi che aggiugono un po’ di pepe a tutta la faccenda. Dai punti che si accumulano registrandosi in un locale, agli itinerari personalizzati che possono servire come spunto ad altri utenti.

Ci sono altri servizi che sfruttano la geolocalizzazione per scopi più mirati e a prima vista più utili, come scoprire buoni ristoranti nelle vicinanze o perfino trovare un parcheggio. Google sta testando Open Spot, un’ applicazione per Android 2.0 che permette di sapere sempre dove trovare un parcheggio libero: quando un automobilista lascia libero un posto macchina, con O.S. lo può segnalare, inserendo le coordinate di latitudine e longitudine del parcheggio, che viene poi visualizzato dagli altri utenti come un puntino tondo su una delle classiche Google Maps.

Facebook sembra intenzionato a seguire una strada differente e a suo modo molto più ambiziosa: associare ad ogni luogo le “storie” dei propri iscritti, creando una sorta di album di “memorie”. Questo si chiama pensare in grande. Se Google ha come mission quella di “catalogare tutta la conoscenza“, FB sembra intenzionato a catalogare e rendere imperitura qualsiasi nostra mossa, opinione o amicizia.

Ho scritto che questo mi sembrava un po’ inquietante;  e lo confermo, anche perché una tale “schedatura” collettiva non credo che sia mai stata realizzata nella storia umana; il che non vuol dire che FB sia il male, o che non sia un’idea interessante o che bisogna fasciarsi subito la testa; come sempre, bisognerà aspettare l’applicazione concreta di questa feature per dare un giudizio vero e proprio. Ma non vuol dire nemmeno che bisogna subito applaudire, senza riflettere e senza nemmeno sapere bene di cosa si tratti.

29 agosto, 2010 | Nessun commento

La stupidità del “like”

Capita sempre più spesso di vedere accanto ad articoli o prodotti il tastino “like” di Facebook e accanto la scritta “questo post piace a 84.000 persone” o similari. Impercettibilmente, senza quasi che ce ne accorgiamo, si instaura un meccanismo subdolo. Quella cosa “piace” a migliaia di persone, quindi “deve” essere buona.

E’ un po’ quello che è successo con l’audience televisiva che decreta il successo o il fallimento di un programma. L’audience però ha fatto sì che sopravvivessero soprattutto i programmi mediocri, semplicemente perché a molta gente piacciono cose e persone mediocri.

Succederà la stessa cosa anche su Internet? Trionferanno contenuti scadenti, trainati da meccanismi emulativi e dall’uniformità della massa?

A voi la parola. E vi prego, se vi piace questo post, datemi un like, uno soltanto…;)

23 agosto, 2010 | 4 Commenti

Vuoi i miei dati? Allora pagali

Leggo un interessante articolo sul NyT, intitolato: “You want my personal data? Reward me for it“. Si parla di come le Internet companies facciano milioni di euro usando e vendendo i dati degli utenti, senza dare nulla in cambio (in realtà questa mi sembra un po’ una forzatura: la maggior parte dei servizi di cui si parla, dalla mail ai social sono gratuiti e si sostengono appunto con la profilazione e gli ads).

Una start up di S. Francisco, la Bynamite cerca in qualche modo di rovesciare questo paradigma: il software da loro creato non è altro che un’estensione per Chrome e Firefox che consente all’utente di vedere in anteprima l’immagine che Google, Yahoo, Amazon e gli altri giganti del Web si stanno formando di lui; e gli consente di intervenire su di essa, eliminando le parti del profilo non azzeccate o non rilevanti

(se per esempio siete stati individuati erroneamente come un patito dei formaggi francesi, o delle auto sportive, potete cancellare questo dettaglio dalla vostra scheda in modo da non vedere più pubblicità di Camembert e Aston Martin quando navigate).

Il software è ancora in beta e per il momento funziona solamente come una sorta di “specchio” dell’identità online commerciale di un navigatore. Ma se venisse largamente adottato, potrebbe consentire agli utenti di “vendere” il proprio portafoglio di gusti e preferenze (di cui essi stessi non erano prima forse consapevoli) ai gestori dei siti da loro visitati, e ottenere in cambio sconti e promozioni.

Visto che comunque non c’è modo di evitarla – sembrano dire quelli di Bynamite – tanto vale che vendiate a caro prezzo la perdita della vostra privacy online“.

E voi, cosa ne pensate? Vi sembra un’idea assurda?

16 agosto, 2010 | 4 Commenti

Quanta demagogia su Facebook

Oggi quasi tutti i quotidiani e le riviste specializzate hanno “strillato” che erano stati messi online i dati di 100 milioni di utenti, prelevati da Facebook. I dati sono stati ricavati con un script e poi il relativo file è stato caricato su The Pirate Bay, dove è già stato scaricato da migliaia di persone. E fin qui tutto bene.

E dov’è la demagogia allora? Nei titoli dei giornali. Quando si leggono titoli come “violati 100 milioni di profili” ci si chiede se il titolista ci è o ci fa. In realtà, non è stato violato un bel niente: erano tutti dati pubblici che chiunque poteva reperire con un minimo di sforzo.

L’interesse dell’esperimento del ricercatore di sicurezza informatica Ron Bowles è consistito semmai nell’ordinare e rendere reperibili in un unico posto tale massa di dati. E nel far capire ai tanti sprovveduti che ancora ci sono sul network che forse è il caso di dare una ripassatina alle proprie impostazioni sulla privacy.

Certo però che, se dopo tutto quanto si è detto e scritto su “faccialibro”, c’è ancora chi mette in condivisione pubblica il proprio indirizzo o il proprio numero di cellulare…be’, allora è inutile prendersela con Zuckerberg…

29 luglio, 2010 | Nessun commento

Facebook ha stancato?

Facebook non cresce più. Non cresce più come prima. A giugno 2010, secondo un rapporto di Inside Facebook ha “raccolto” negli Usa solo 320.000 utenti. Una miseria se si pensa che a maggio aveva fatto registrare un aumento di 7,8 milioni di iscritti. Può darsi che ci sia un errore nelle statistiche o che le polemiche sulla (scarsa) privacy garantita dal sito dei mesi scorsi abbiano alla fine avuto il loro effetto. Oppure può darsi semplicemente che FB abbia raggiunto il punto di saturazione: semplicemente, tutti gli americani che potevano essere interessati a iscriversi, l’hanno già fatto. In fondo, ben il 40 % di loro è giù “schedato”.

12 luglio, 2010 | 2 Commenti

Come un lettore di e-book ti cambia la vita

Ero molto scettico sui lettori di e-book (parliamo di quelli a tecnologia e-ink, non dell’iPad e simili, intendiamoci), l’ennesimo elettrodomestico da nutrire e vezzeggiare perdendo un sacco di tempo destinato alle bevute con gli amici.

Poi ho letto un post di Nicola Bruno e ho cominciato a vedere la cosa con occhi diversi. Intanto, ne ho comprato uno, non molto costoso, il modello base, non si sa mai che si riveli comunque un pacco.

Poi l’ho messo alla prova e, come si dice oggi fra i giovani alternativi, “mi si è aperto un mondo“. Con Calibre, il software gratuito che si interfaccia con il dispositivo, ho scoperto che mi posso scaricare non solo classici della letteratura, da siti come Liber Liber o dal Progetto Gutenberg, ma anche diversi quotidiani. Se devo fare un viaggio in treno, attacco il lettore al Pc (ho detto che è un modello base, niente wi-fi), mi scarico un po’ di giornali e riviste, poi infilo il lettore in tasca e sono a posto.

A dire il vero, il mio edicolante, quando gli ho fatto vedere il nuovo acquisto, ha fatto uno sguardo un po’ spaventato. Poi mi sono scaricato un paio di libri di Cory Doctorow in inglese e qualche articolo, tramite Instant Paper e Long Form e sempre con Calibre, l’intero numero di maggio di Wired Magazine Uk.

Col senno di poi, forse mi sarei preso un lettore più evoluto, tipo un Kindle, ma anche no: l’idea di avere i libri solo “in licenza” e che i ragazzi di Amazon si possano introdurre quando vogliono nella mia libreria virtuale e cancellarmi un titolo a piacimento, non mi piace neanche un po’.

Sul feticismo da carta stampata per cui niente potrà mai sostituire il libro tradizionale, e bla bla bla…siamo d’accordo; intanto, però, gli scaffali intasati della mia libreria ringraziano: per un po’ non devono temere altri libri in doppia fila.

7 giugno, 2010 | 2 Commenti

Se il Web si indicizza per Facebook

Mi ha molto colpito l’analisi di TechCrunch delle ultime mosse di Facebook in materia di integrazione con siti esterni. Sul Web, nelle riviste e nei quotidiani si è parlato molto del pulsante “like”, che da Yelp, Cnn, Espn e altri siti, consentirà di esprimere il proprio gradimento per un ristorante (Yelp), una notizia di cronaca o di sport.

Si è parlato meno, anche perché forse questo è un argomento più da addetti ai lavori, di come tutto questo faccia parte di Open Graph, un po’ il grimaldello di FB per colonizzare Internet. In sostanza, O.G. consente di replicare su pagine di terze parti, funzioni proprie di FB, come la bacheca, i commenti, “mi piace” o non mi “piace”. Quando usate una di queste funzioni, per esempio, cliccate sul pulsante “like“, dove vanno a finire i dati che trasmettete?

Ma su FB, ovviamente. 

Per usare una similitudine, è come se il network mettesse una sorta di braccialetto elettronico a migliaia di altri siti, che gli racconteranno in ogni momento quello che stanno facendo gli utenti sulle loro pagine. Come sintetizza assai bene TC, “Google spende miliardi di dollari per indicizzare il Web, Facebook farà sì che il Web si indicizzi da sé, ed esclusivamente a suo uso e consumo“.

24 aprile, 2010 | Nessun commento

Gowalla, Foursquare e gli altri

Ricevo spesso inviti, ultimamente, a diventare amico di qualcuno su Gowalla, una nuova community che permette di condividere la propria posizione geografica con i propri “amici”. Il servizio è carino e colorato, ma non particolarmente innovativo. Già da tempo è in atto la tendenza alla geolocalizzazione dei contenuti. In Usa fa furore Foursquare, un servizio che anche da noi sta cominciando ad essere usato dagli utenti più “smanettoni”.

Nella sua forma più semplice, l’applicazione può servire anche solo a sapere se c’è qualche amico a pochi isolati dalla propria posizione, per un incontro “volante”.
Al servizio LBS è stato però aggiunto un risvolto ludico: facendo visita a bar e ristoranti delle città coperte dal servizio si accumulano punti e ogni due mesi viene stilata una classifica: chi ha un maggior punteggio viene nominato “sindaco” di quel locale e i gestore degli esercizi offrono spesso sconti e altre agevolazioni a questi “primi cittadini” virtuali.

Ci sono poi tanti altri servizi del genere, da Brightkite a Google Latitude.

A parte le preoccupazioni legate alla privacy, che con l’aggiunta ad ogni post di latitudine e longitudine dell’estensore sembra ancor più ridotta, viene da chiedersi: ma queste applicazioni hanno senso? Ci sono davvero persone interessate a sapere ad ogni momento dove ci troviamo e quello che stiamo facendo? E tutto il tempo speso ad aggiornare il proprio status e la propria posizione, non potrebbe essere utilizzato in maniera migliore?

24 aprile, 2010 | 1 Commento

Anche il sacro si fa social

E’ notizia di questi giorni: su Facebook e YouTube viene “esposta” la Sacra Sindone, attraverso filmati e una fan page “Qui Sindone 2010″ istituita dal Comitato dell’ostensione in collaborazione con il Centro di produzioni televisive dei frati cappuccini ‘Nova T’. E’ da un po’, del resto, che il Vaticano è approdato sui social network, nuovo strumento di evangelizzazione delle pecorelle, spingendosi addirittura a dire che “il Web può essere una casa di preghiera per tutti i popoli, come profetizzò Isaia“. C’è perfino Prex Communion, definito il social network della preghiera, il cui motto è “registrati e condividi le tue buone intenzioni”.

Naturalmente non c’è solo la chiesa cattolica, in Rete. Su Facebook & C. si trovano moltissimi gruppi buddisti, islamici e di altre religioni.
I fedeli musulmani trovano un punto di riferimento nel sito Muxlim.com, per gli adepti del principe Sakyamuni c’è il Buddhist Network. Molto interessante è Jospers, un “social network per pellegrini”, lanciato a gennaio 2010, che intende permettere ai viaggiatori dello spirito di condividere esperienze, storie di fede e, perché no, itinerari di viaggio.

Purtroppo, tutte queste esperienze, rimangono in un certo senso settarie, ossia ognuna legata a un particolare culto.
Come se la Rete, nata per unire, quando si toccano argomenti come la politica o la religione, continuasse a esistere a compartimenti stagni.

In controtendenza, e perciò particolarmente degno di menzione mi sembra invece l’esperimento di Facebook, che con il sito Peace on Facebook mette in evidenza gli scambi di idee e opinioni fra persone di culture, fedi e ideologie diverse. Un buon metodo per ricordarci che soltanto attraverso il confronto e il riconoscimento dell’altro possiamo evolverci come cittadini e come esseri umani.

22 marzo, 2010 | 5 Commenti

I social per ultraquarantenni

La fascia di età che cresce a tassi più elevati su Facebook è quella degli utenti fra 45 e 65 anni: un dato che fa riflettere sul bisogno di comunicare che è proprio anche di chi non è più giovanissimo, ma non si sente ancora da rottamare.

In Usa, esiste da alcuni anni Eons, una community pensata per i boomers, ossia coloro nati fra 1946 e il 1964, oggi 40-60 enni che hanno ancora voglia di vivere un’appagante vita sentimentale, sociale e familiare. E, visti dalle aziende sono una ricca preda, dato che si trovano di solito in una situazione finanziaria abbastanza solida e possono spendere assai più dei giovani precari o dei pensionati.

In Europa e in Italia in particolare, sta arrivando invece Activagers, nato dalla società di Monaco di Baviera VIVA49PLUS AG.

Ma perché un 45enne dovrebbe iscriversi ad Activagers invece che, mettiamo, a Facebook o My Space?

L’ho chiesto a Rodolfo Duè, che è appena stato nominato Country Manager di Activagers nel nostro Paese.

Activagers - ha risposto – è pensato soprattutto per incontrare gente che non si conosce già. Rispetto a Facebook questa, assieme al fatto che si esplicita che è una community per utenti maturi, è la caratteristica principale.

La fascia di utenza che vogliamo soddisfare è costituita infatti da tutte quelle persone che già hanno diverse esperienze lavorative e sentimentali alle spalle e hanno bisogno in qualche modo di ripartire e trovare nuovi stimoli e nuove persone. Certamente ci saranno anche quelli che useranno la community per rimanere in contatto con le vecchie conoscenze ma crediamo che siano una minoranza“.

Certamente ci saranno anche quelli che useranno la community per rimanere in contatto con le vecchie conoscenze, ma crediamo che siano una minoranza”.

I servizi offerti dal sito sono orientati in questa direzione: ad esempio, lo stream raccoglie gli aggiornamenti di tutti gli utenti e non solo degli “amici” anche se si possono restringere le notifiche solo alle novità di questi ultimi.

Anche la chat è aperta a tutti gli iscritti.

Staremo a vedere se questo modello farà breccia nel cuore dei “giovani di spirito”.

4 marzo, 2010 | 1 Commento
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