Director's Cut

Tutto quello che un direttore (non) può dire – Di Alfredo Distefano

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Quello che vuoi veramente

Mentre ero in coda alla cassa del supermercato, ho notato una donna davanti a me: elegante quanto basta, borsetta sulla spalla destra, cestello della spesa sulla spalla sinistra, Blackberry di ultima generazione in mano e auricolare inserito nell’orecchio. Stava facendo una telefonata con l’auricolare, mentre con le mani stava scrivendo un memo via email a chissà chi, armeggiando con maestria su tastiera e rotellina alla caccia di caratteri speciali. Il tutto è terminato in tempo perfetto per pagare alla cassa senza ritardi. Ho provato ammirazione per quella donna multitasking, emblema di quello che la tecnologia “connessa sempre e ovunque” di oggi ci consente di fare: una ammirazione un po’ affievolita dopo che la donna si è voltata verso di me, mostrando le sue profonde occhiaie, segno evidente di stanchezza e di stress.
Al termine di un periodo che per molti è stato sinonimo di ferie più o meno lunghe, questo incontro mi ha portato a riflettere su come, quest’anno più che mai, la tecnologia ci ha lanciato la sfida della scelta tra un tempo libero “connesso” o “sconnesso”. E non sto parlando solo di una scelta tra abilitare la connessione del proprio smartphone/notebook/tablet o staccarsi da tutto, ma più in generale di come la possibilità di restare in contatto con persone e messaggi via Internet può influenzare il modo di vivere il tempo libero a nostra disposizione. Da più parti si è levato un grido di allarme per gli effetti deleteri del web sulla nostra capacità di attenzione e concentrazione (vedi lo scrittore Nicholas Carr nel suo libro “The Shallows: What Internet is doing to Our Brains”) o sul fatto che la continua connessione si trasforma di fatto in “sconnessione” delle nostre attività di pensiero (arrivando alla nascita dell’Homo Stupidus Stupidus paventata da Giovanni Sartori).
Ma non c’è bisogno di filosofeggiare troppo per rendersi conto di come la continua interruzione legata all’arrivo di messaggi, contatti, sollecitazioni dal web (che ora può continuare con estrema facilità anche durante le ferie, grazie ai tanti dispositivi portatili o tascabili che portano il web insieme con noi) può influenzare il nostro modo di vivere  il tempo libero. Davvero si pensa che leggere un libro su un iPad, che durante la lettura può comunque presentarci un link da esplorare o segnalarci posta elettronica o messaggi dai nostri amici sui social network, sia la stessa cosa di immergersi nelle mute pagine di un libro stampato, isolandosi dall’ambiente circostante? Non credo proprio. A noi spetta la scelta di come gestire queste sollecitazioni che la tecnologia permette: la soluzione non è necessariamente quella di “tagliare i fili” con il mondo esterno, ma può essere la scelta di ritagliare degli spazi e dei tempi ben definiti alla connessione, impedendo che ci distragga continuamente dal “qui e ora” di quello che dovrebbe essere il tempo del riposo. Tenendo a mente una frase che una volta ha detto un uomo saggio*: quello che una persona vuole veramente, lo si capisce da come usa il suo tempo libero.  (*don Luigi Giussani)

Alfredo “OldFred” Distefano

31 agosto, 2010 | Nessun commento

2012, l’anno della fine (di XP)

Sto per commettere un’eresia: non parlerò infatti di iPad, come ormai sembra obbligatorio fare per essere alla moda. Ma per non rischiare una scomunica da parte dei benpensanti tecnologici, mi gioco la carta di un altro argomento “trendy”, ovvero la paventata fine del mondo “maya style” prevista nel 2012. Anche se questa previsione catastrofica mi ricorda una sorta di versione di massa dell’altrettanto ingiustificata paura legata al millennium bug del 2000, nel 2012 una fine in effetti avverrà: quella di Windows XP, e scusate se è poco.

Secondo la prestigiosa società di ricerche Gartner, infatti, è il caso che le aziende (cioè tutti i luoghi di lavoro dove molti di noi passano la maggior parte della propria vita) si preoccupino seriamente di valutare il passaggio dall’attuale piattaforma Windows XP (che secondo alcune stime corrisponde all’80% dell’installato aziendale) a Windows 7. Anzi: dovrebbero già mettere Seven sotto test quest’anno e realizzare subito un piano di migrazione che si concluda entro il 2012. Perché proprio il 2012? Perché anche se Microsoft interromperà ufficialmente il supporto di XP solo nel 2014, già due anni prima le nuove versioni di molte applicazioni smetteranno di funzionare su XP e diversi sviluppatori decideranno di eliminare il supporto di quella ormai vetusta versione di Windows. In poche parole, nel 2012 Windows XP perderà una delle sue caratteristiche più preziose: la compatibilità con una marea di applicazioni sviluppate nel corso degli anni. E le aziende dovrebbero preoccuparsi di iniziare fin da ora la migrazione a 7 perché, sempre secondo Gartner, diverse realtà ci metteranno da 12 a 18 mesi per completare il passaggio, attraversando tra l’altro un travagliato periodo intermedio in cui l’azienda si troverà a supportare un ambiente misto con diverse versioni di Windows. Nel 2012, quindi, potrebbe davvero finire un mondo, quello in cui la stragrande maggioranza degli utenti in azienda è abituata a operare, che si vedranno catapultati in un panorama molto diverso, all’inizio potenzialmente disorientante, quello di Windows 7. La buona notizia è che il nuovo mondo che nascerà sulle ceneri del vecchio si rivelerà molto migliore, a patto di seguirne le regole e adeguarsi alle nuove modalità operative: il risultato potrebbe essere un significativo aumento di produttività, vero Santo Graal di tutte le aziende.
C’è chi però profetizza catastrofi ben prima del fatidico 2012: secondo la società di servizi Qualys, infatti, addirittura il 50% dell’installato aziendale utilizza ancora Windows XP SP2, non avendo proceduto all’aggiornamento alla SP3. Peccato che il 13 luglio Microsoft dismetterà il supporto della SP2, quindi quegli utenti non riceveranno più aggiornamenti di protezione; questo potrebbe far nascere una nuova esplosione di vulnerabilità, terreno fertile per ondate di attacchi informatici. Insomma, se l’infrastruttura informatica di molte aziende non si adeguerà, al 2012 potrebbe non riuscire neanche ad arrivare sana e salva…

Alfredo “OldFred” Distefano

22 giugno, 2010 | 2 Commenti

Le realtà che contano

Non mi dispiace ogni tanto guardare i freddi numeri, per fotografare una situazione o un settore di mercato. Pur con i loro limiti, da non dimenticare mai, i numeri e le statistiche riescono comunque a offrire una visione delle forze in gioco meno legata a percezioni, sensazioni, messaggi di marketing ed esperienze personali. Prendiamo a esempio un bel numero, tratto da un report della società di ricerche IDC divulgato qualche giorno fa: +22%. Quel numero rappresenta la percentuale di crescita del mercato dei telefoni mobili a livello mondiale nel primo trimestre del 2010. Perché è bello? Innanzitutto perché ha davanti un segno “+”, indicando quindi una crescita rispetto alla flessione che era stata registrata nel trimestre dell’anno precedente; e anche perché ha due cifre, indicando che l’aumento è significativo. Secondo IDC, uno dei fattori trainanti della crescita è stata la richiesta di smartphone, ovvero di dispositivi mobili che integrano anche funzionalità di accesso a Internet: un altro segnale interessante, che indica come informatica e Internet stiano sempre più migrando su questo tipo di dispositivi.

Ma ancora più interessante la classifica dei “Top 5″, i primi cinque produttori che dominano il mercato dei telefonini. Saldamente al primo posto c’è sempre Nokia con un bel 37% del mercato, anch’essa con una crescita a due cifre rispetto al 2009; si avvicina sempre più Samsung (22% del mercato), che segna una crescita davvero imponente; a una bella distanza si piazza poi LG (9%), mentre per la prima volta entra in classifica Research In Motion (RIM), il produttore dei BlackBerry (4%): una conferma ulteriore dell’importanza sempre maggiore degli smartphone, dato che RIM produce solo quelli, a differenza degli altri produttori presenti in classifica. Al quinto posto si piazza Sony Ericsson (poco meno del 4%), mentre dai Top 5 è stata per scalzata Motorola.
Come potete notare, nei Top 5 non è presente Apple con il suo iPhone: non è una novità, visto che non ci è mai entrata. Quella fotografia del mercato, però, stona con la estrema visibilità che i prodotti Apple ricevono da tutti gli organi di stampa. A livello di percezione, infatti, sembrerebbe che gli smartphone siano quasi una esclusiva di Apple (e presto sembrerà che lo stesso valga per l’iPad e i tablet), mentre chi è riuscito a piazzarsi nell’ottima quarta posizione è RIM/BlackBerry. Perché allora questa dissonanza? Una risposta c’è, e non è solo legata ad abili mosse di marketing della casa di Cupertino: prodotti particolarmente innovativi e ben disegnati, come l’iPhone sicuramente è, portano a cambiamenti d’uso negli utenti e offrono abbondante materiale di discussione per i media. Si pensi ad esempio al mondo delle applicazioni mobili, che prima dell’arrivo dell’App Store di Apple era molto frammentato, meno sviluppato e quindi meno interessante, anche per il mondo dell’informazione. Si parli pure di Apple e dei suoi prodotti, quindi, e continueremo a farlo anche noi: ma non si dimentichino poi le reali forze che fanno il mercato.
Alfredo “OldFred” Distefano

24 maggio, 2010 | Nessun commento

Lo spam cresce? Buon segno

Chi usa la posta elettronica per svago o per lavoro, lo considera una vera piaga: lo spam, ovvero la ricezione di messaggi di posta elettronica non desiderati, è un fenomeno diventato talmente macroscopico da rischiare di minare la stessa affidabilità del mezzo di comunicazione via email. A chi non è capitato di “perdere” un messaggio a causa di un filtro anti-spam troppo aggressivo o, più semplicemente, di non essersi accordo di un messaggio importante perché sommerso dai tanti indesiderati?

Un interessante studio pubblicato recentemente da Maria Namestnikova, spam analyst di Kaspersky Lab, mi ha fatto invece guardare allo spam con occhi leggermente diversi. Il punto di partenza di quello studio è un dato di fatto che dovrebbe ormai essere accettato da tutti: il fenomeno dello spam rientra ormai di diritto nell’ambito del crimine organizzato. Chi ha ancora visioni romantiche di giovani hacker geniali che si divertono a fare brutti scherzi alla gente mandando email ammiccanti, è meglio che si convinca: oramai anche il mondo dello spam è caratterizzato da committenti, intermediari, vere e proprie “agenzie” dello spam che consentono di condividere i proventi ottenuti con i messaggi non sollecitati usando programmi di affiliazione.

Partendo da questo, lo studio prima citato si addentra nell’analisi delle tipologie di spam inviate mettendolo in correlazione con l’andamento dell’economia mondiale. Con corredo di grafici, dimostra che una certa tipologia di spam, ovvero quella generata direttamente su commissione di aziende o singoli, ha mostrato una evidente flessione proprio in corrispondenza dell’inizio della crisi economica mondiale: segno che anche gli spammer e i relativi committenti, andando di fatto a gestire un’operazione commerciale, sono stati comunque colpiti dalla crisi.
Lo studio di Kaspersky si spinge oltre, andando ad analizzare specifiche tipologie di spam “commissionato” che apparentemente hanno seguito un andamento in controtendenza e spiegando come invece questo sia spiegabile proprio con la reazione di una certa tipologia di attività alla crisi in atto. Il concetto di fondo è: anche gli spammer e le realtà a essi collegati sono soggetti alle regole del mercato, quindi l’analisi dell’andamento delle tipologie di spam può dare indicazioni chiare su quello che sta succedendo nell’economia globale. E lo studio conclude che, guardando agli ultimi andamenti dello spam, ci sono chiare indicazioni di una ripresa delle attività economiche, in particolare delle medie e piccole imprese.

Prima di andare a stappare una bottiglia di champagne per festeggiare la sopraggiunta ripresa del mercato per una fascia di imprese che rappresenta la stragrande maggioranza del tessuto aziendale italiano, è bene sottolineare che gran parte delle analisi condotte da Kasperky si basa sull’andamento del mercato russo: non è quindi detto che le conclusioni positive siano automaticamente trasferibili al nostro Paese. Dimostrano però che, in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo, soprattutto quando si tratta di tecnologie digitali, anche fenomeni apparentemente scorrelati come un messaggio di spam e la crisi economica possono essere invece uno lo specchio dell’altro. Pensateci, la prossima volta che una email vi propone di acquistare un orologio di marca a costo ridicolo o vi offre una magica soluzione ai problemi sessuali: potrebbe essere il segno della ripresa…

Alfredo “Oldfred” Distefano

9 aprile, 2010 | Nessun commento

Nessuna novità, per fortuna

Alle recenti fiere internazionali come il CeBIT di Hannover, diversi osservatori hanno lamentato che, in fondo, le novità erano poche o addirittura inesistenti. I motivi di questa penuria di novità vengono attribuiti principalmente alla perdita di interesse da parte dei produttori per le costose partecipazioni alle fiere a causa della concorrenza di Internet, o a una effettiva mancanza di reali innovazioni nel panorama dell’elettronica di consumo. Mercato stagnante, dunque, a causa della mancanza di idee o di sviluppi significativi nell’informatica? Non direi proprio, se una società di analisi come Gartner ha addirittura ritoccato al rialzo le stime sulle vendite di personal computer nel 2010,  che dovrebbero segnare un notevole incremento di circa il 20% rispetto al 2009. Una crescita legata soprattutto ai dispositivi mobili, che quest’anno dovrebbero addirittura raggiungere il 70% del totale di computer venduti, non solo per il continuo successo dei netbook, che anzi subiranno un leggero rallentamento, ma anche per il rinnovato interesse nei confronti dei tablet, risvegliato dal prossimo lancio dell’iPad di Apple. Gartner non manca di sottolineare l’importanza del lancio del tablet di Apple, perché proporrà con tutta la forza della sua macchina di marketing un prodotto che unisce in sé le funzioni di navigazione web, lettore multimediale, ebook reader e videogiochi. E commenta: “Gli utenti ormai non hanno più bisogno di un vero e proprio pc per accedere a Internet e alle applicazioni web, e l’emergere di nuovi prodotti sta cambiando il modo di vedere il mercato da parte dei costruttori personal computer”.
Come coniugare allora questa crescita di vendite e questa ventata di cambiamento con la piatta desolazione lamentata dagli osservatori che abbiamo citato all’inizio? La verità è che il modo di vedere (e di acquistare) l’informatica da parte dei consumatori è cambiato rispetto al recente passato. Prima si andava spesso alla caccia dell’ultima novità, alla ricerca del grande salto tecnologico che da solo motivava il cambio del proprio sistema o l’acquisizione di un nuovo gadget. Ora si punta di più alla reale utilità di quello che si acquista; contano di più le evoluzioni utili, piuttosto che le rivoluzioni potenzialmente disorientanti. Si acquistano netbook perché hanno il prezzo e la portabilità giuste oltre, magari, al design più adatto ai propri gusti, senza badare molto ai dettagli tecnici. Così come non si cambiano più i computer solo perché è uscito l’ultimo modello di processore, ma non dispiace ritrovarsi l’ultima evoluzione della CPU sul computer appena acquistato perché fa durare di più la batteria del notebook o rende più silenziosa la macchina. Questa apparente “mancanza di novità”, quindi, va considerata una fortuna, o meglio il segno importante della maturità di un mercato che non vive più per una nicchia di appassionati di tecnologia, ma raggiunge finalmente la massa.
Alfredo “OldFred” Distefano

22 marzo, 2010 | Nessun commento

Tecnologia da zaino

Durante la recente presentazione dell’iPad, Steve Jobs ha riportato una citazione dal Wall Street Journal: “L’ultima volta che una tavoletta ha sollevato così tanto interesse, c’erano scritti sopra alcuni comandamenti”. L’arguto riferimento biblico rende bene l’idea dell’incredibile copertura mediatica offerta alla presentazione del nuovo nato di casa Apple, anche da parte dei media generalisti. Il motivo principale di tanto interesse, a mio parere, è che il prodotto annunciato tocca il “cuore” degli stessi editori di giornali. Se iPad dovesse rivoluzionare il modo di leggere testi (libri elettronici, riviste, quotidiani), anche gli editori dovrebbero affrettarsi a saltare sul treno in corsa, molto più di quanto non abbiano fatto finora. E se questo avvenisse, anche le abitudini più radicate di ognuno di noi verrebbero influenzate.

Un esempio?  Guardiamo i pesantissimi zaini scolastici degli studenti, carichi di libri di testo. I testi di una prima media, ad esempio, costano abbondantemente più di 200 euro: una cifra sulla quale si potrebbe lavorare per arrivare a un’offerta di bundle tra lettore a basso costo e contenuti digitali. Certo, questo rischia di scardinare tutta una serie di oliati meccanismi che coinvolgono ad esempio aggiornamenti più o meno giustificati di libri di testo, mercatini dell’usato…  Ma i vantaggi in questo caso sarebbero evidenti,  anche per una scuola come quella italiana che vive un rapporto con la tecnologia molto particolare: da una parte molti istituti sono ancora indietro rispetto all’informatica, sia come strumenti, sia come preparazione; dall’altra, si ha la pretesa che arrivati a un certo livello scolastico, le famiglie siano iper-informatizzate e connesse, costringendo diverse famiglie ad aggiornarsi.

La “tecnologia da zaino scolastico”, se ben promossa a tutti livelli, potrebbe portare anche nel nostro Paese a importanti passi in avanti: e su questo anche i produttori di eReader dovrebbe fare importanti valutazioni, proponendo non solo lettori coloratissimi e superfighi (vedi iPad), ma anche versioni a basso costo, con buone funzioni di annotazione e (altra questione importante) di salvaguardia dei file acquistati e degli investimenti fatti dalle famiglie. Perché la tecnologia utile costa, ma se i suoi vantaggi sono ben percepiti e il prezzo è quello giusto, aziende e famiglie sono pronte ad adottarla.

Alfredo “OldFred” Distefano

24 febbraio, 2010 | 1 Commento

Un evento memorabile

Quando con la redazione abbiamo pensato, diverso tempo fa, come festeggiare al meglio un traguardo importante come i vent’anni di PC World Italia, abbiamo deciso da una parte di coinvolgere i nostri lettori, rendendoli protagonisti della maggioranza degli articoli della rivista del ventennale, dall’altra di chiedere a personaggi di spicco del mondo della tecnologia di raccontarci come sarà il nostro futuro tra altri vent’anni. La risposta c’è stata da entrambe le parti, con lettori che hanno popolato le varie aree appositamente create del nostro forum, e personaggi anche carismatici e storici che hanno dato il loro contributo per delineare il nostro futuro.

Ma non ci siamo fermati qui: abbiamo voluto creare un numero della rivista davvero speciale, che resistesse alla tentazione di pura autocelebrazione che questi appuntamenti si portano dietro. Oltre a interessarvi e divertirvi con i prodotti perfetti o le scorribande storico/futuristiche in cui si articola la sezione del ventennale, non abbiamo mancato di offrirvi sul numero di PC World Italia ora in edicola diversi articoli di approfondimento su software, hardware e internet, come siamo abituati a fare su ogni numero. Trovate anche una nutrita serie di test di prodotto, ai quali abbiamo apportato ritocchi grafici per migliorarne ulteriormente la fruibilità, con schede riassuntive ancora più chiare e colori più comunicativi. Abbiamo inoltre introdotto un frontespizio della sezione prove hardware per offrirvi una panoramica dei prodotti testati e informarvi sui criteri di scelta e valutazione degli stessi, e abbiamo meglio strutturato la sezione Business Center, che ora include anche una breve sezione di news dedicate a piccole imprese e professionisti.

Non contenti, abbiamo puntato a un regalo davvero importante e prestigioso da fare ai nostri lettori: G Data Internet Security 2010, un prodotto di sicurezza completo di ultimissima generazione (non la classica versione già ritirata dal mercato…), che include il programma antivirus G Data indicato dai laboratori statunitensi e tedeschi come il numero uno del 2010.  In pratica, il top che si possa desiderare in quanto a sicurezza, completamente gratis e che in questo numero ha preso il posto del tradizionale disco allegato.

Non vi basta? Allora approfittate dell’occasione di iscrivervi al Club del 20 anni, un club esclusivo che vi consentirà di usufruire da subito di promozioni a voi dedicate, ma che continuerà a seguirvi con sconti e promozioni imperdibili durante tutto il 2010. Perché i vent’anni di PC World non durano solo un numero, ma vi accompagneranno con proposte e contenuti interessanti per un anno intero. E vedrete che le novità interessanti di PC World continueranno anche nei prossimi numeri, proseguendo nel nostro stile di rinnovamento continuo per soddisfare al meglio le esigenze dei lettori.

Consentitemi infine di ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo particolare numero di PC World, dall’editore, a tutta la redazione, alle grafiche, ai leader che hanno contribuito con i loro interventi, ai produttori che hanno permesso offerte e promozioni. Soprattutto ringrazio i lettori, che credendo nella nostra rivista ci hanno consentito di arrivare a percorrere insieme 20 anni di storia e che continueranno a essere la nostra guida anche negli anni futuri.

Alfredo “OldFred” Distefano

1 febbraio, 2010 | 3 Commenti

Avatar e l’uomo dei sogni

GARANZIA NO SPOILER: non viene svelato nulla della trama del film.

Non sono un critico cinematografico e non pretendo di esserlo. Sono solo un grande appassionato di film di fantascienza e, forse per questo, grande fan di James Cameron, un regista e autore che ha regalato alla fantascienza parecchi film: i primi due Terminator, The Abyss, Aliens… Più in generale, mi piace l’approccio di Cameron al cinema: sarà per la sua formazione da fisico, ma sembra che in quasi ogni film da lui realizzato Cameron si diverta a sperimentare nuove tecnologie e in diverse occasioni è riuscito a introdurre nelle sue produzioni novità mai viste prima, per lo meno con la qualità da lui perseguita e raggiunta. Qualche esempio? In Terminator 2 c’è la prima applicazione su larga scala della computergrafica 3D e del morphing al corpo umano, in Titanic c’è il primo utilizzo serio del computer per simulare folle di persone… Per non parlare del fatto che prima di iniziare le riprese di Titanic, Cameron ha costretto la produzione a progettare una particolarissima telecamera subacquea per consentirgli di fare una ricognizione del relitto della nave sommersa, perché “voleva capire che cosa si provava a essere sul Titanic”, cosa che poi è riuscito a far sperimentare a milioni di spettatori con il suo film.

In Avatar, però, James Cameron ha rischiato davvero grosso, puntando molto su due tecnologie, come il 3D stereoscopico e l’animazione di personaggi in computergrafica controllati dal motion capture, che quando nel lontano 1995 il regista ha concepito il film non promettevano niente di buono. Il 3D, anche se non era certo una novità, aveva portato fino a quel momento a realizzazioni che venivano troppo influenzate dalla tecnologia e si trasformavano più che altro in una sorta di demo per colpire le pupille dello spettatore. L’animazione dei personaggi in computergrafica aveva partorito nel peggiore dei casi semplici macchiette, e nei casi migliori (ad esempio Gollum de Il Signore degli Anelli) aveva creato dei personaggi che “bucavano” lo schermo soprattutto per la loro caratterizzazione estrema, non certo per la loro naturalezza. In Avatar, invece, queste tecnologie vengono sfruttate insieme per regalare allo spettatore qualcosa di nuovo: dei personaggi che, pur non essendo in carne e ossa, già dopo pochi secondi di apparizione sulla scena convincono pienamente lo spettatore e diventano più “vivi” degli attori veri, esprimendo con il corpo e le espressioni del viso emozioni naturali e “umanissime”. E il 3D stereoscopico serve a rafforzare la forza evocativa degli scenari, per rendere più drammatiche certe sequenze e per scolpire ancora di più nel cervello degli spettatori la presenza scenica dei personaggi, senza invadere lo schermo con effetti speciali inutilmente forzati.

Come avrete già capito, Avatar mi è piaciuto, e anche molto. La cosa non era assolutamente scontata, dato che per quanto detto prima, le mie aspettative sul film erano molto alte e quindi sarebbe stato molto facile restare delusi… Invece il film è piaciuto a me e, cosa che mi ha colpito ancora di più, è piaciuto a tutta la famiglia, che tra moglie e figli copre una gamma di gusti veramente molto ampia. Mi è piaciuto anche scoprire solo dopo la visione (mi ero imposto di non leggere niente prima di vedere il film, per lasciarmi il gusto della scoperta) che Avatar rappresenta il sogno di un uomo: James Cameron infatti, dopo l’enorme successo di Titanic, aveva deciso di impiegare tutte le sue risorse (anche economiche) per realizzare il suo sogno, ovvero la creazione di una nuova saga di fantascienza. Ho un debole per chi ha un grande sogno e si dedica con convinzione a realizzarlo. E il grande successo già riscosso da Avatar non solo corona gli sforzi di un grande sognatore, ma dimostra anche che tecnologia e grande cinema possono andare a braccetto, producendo opere che colpiscono, emozionano e coinvolgono gli spettatori. Con buona pace dei critici che ritengono belli solo quei film che sono in bianco e nero, meglio se statici e possibilmente disperati.

Alfredo “OldFred” Distefano

21 gennaio, 2010 | Nessun commento

Ragazzi suicidi, computer e parole

Sono direttamente coinvolto nelle vicende dei due ragazzi liceali che in questi giorni stanno occupando le pagine di giornali e siti Internet per presunti suicidi o tentativi di suicidio, dato che sono vicino per diversi motivi a quelle persone e ho la possibilità di accedere a informazioni di prima mano. Fin da quel doloroso venerdì in cui è morto un ragazzo quindicenne a Milano a causa di un volo dal quinto piano, ero preoccupato del fatto che la notizia fosse trapelata sui giornali, ma speravo nell’oblio certe volte assicurato dalla rapidità con cui si masticano le notizie oggigiorno, dato che sulla discrezione è ormai quasi impossibile puntare. Questa speranza è stata però definitivamente infranta quando, proprio in concomitanza con i funerali del ragazzo, è sopraggiunta l’altra vicenda della ragazza che ieri si è gettata, secondo testimonianze oculari, dalla finestra di un liceo milanese  della stessa zona: naturalmente, i giornali hanno subito collegato le due vicende, con il solito condimento di imprecisioni e commenti forzati. Ma la cosa che alla fine mi ha spinto a scrivere queste parole è stato il titolo di un’intervista a un sacerdote che conosceva la ragazza, pubblicata oggi sul Corriere Milano: “Don <nome>: “Meno computer e più dialogo”". Un titolo che si presta a essere erroneamente classificato come la solita tirata sulle cattive tecnologie che traviano il cuore degli adolescenti, fatta dal sacerdote tradizionalista di turno. Conosco bene quel sacerdote e posso assicurare che invece la tecnologia la usa ogni giorno e la conosce meglio di molti sedicenti appassionati; proprio per questo quanto afferma diventa ancora più credibile. E la sua intervista riporta ben altri messaggi, all’interno dei quali assume il giusto significato anche quel titolo semplificatore. Ecco un breve stralcio di quanto afferma sul Corriere, con l’invito a leggere per intero il testo che qui non posso riportare: “So solo che i nostri adolescenti hanno bisogno non di maggiori, ma di migliori attenzioni. Noi diamo loro ogni cosa e spesso escludiamo il dono della fatica. In più, questi mezzi di falsa comunicazione fatta di parole contratte e clic affrettati non li aiutano affatto a esprimere i sentimenti  e a razionalizzarli. Serve un’alleanza educativa fra le famiglie, le scuole, gli oratori, le associazioni sportive, i centri ricreativi; meno computer e cellulari e più parole giuste, sante, sagge”.

Queste sue frasi, tra l’altro, vengono dopo altre che ritengo almeno altrettanto importanti. Alla domanda esplicita sui rapporti con la morte del ragazzo di venerdì, lui risponde: “Del caso dell’altro giorno so che familiari e amici stretti escludono l’ipotesi del suicidio”. Già, è proprio questo il punto: delle tante cronache che ho letto in questi giorni, quasi nessuno ha riportato il fatto che rispetto alla prima affrettata ricostruzione giornalistica che parla di suicidio, ci sono molti indizi che fanno pensare al tragico incidente, che ha portato quel ragazzo a cadere dalla finestra. Nessuno sarà mai certo di questa versione (non ci sono testimoni oculari), ma è altrettanto probabile, anzi più probabile, di quella del suicidio. Peccato che la cronaca di alcuni giornali dia invece per scontata la seconda ipotesi, senza neanche le doverose parole attenuanti come “presunto ” o “ipotesi di”: e quando un’affermazione viene data per certa di continuo sui mass media, nella testa delle persone diventa comunque vera. Sarebbe bastato ascoltare pochi minuti di sobrie testimonianze dei compagni del ragazzo al funerale per capire invece quanto l’ipotesi del suicidio fosse improbabile.

Quello stesso sacerdote tutt’altro che oscurantista che ha parlato della priorità delle “parole sagge” rispetto a computer e cellulari, ha concluso l’intervista dicendo: “Anche chi fa informazione dovrebbe interrogarsi. Bisogna trattare questi casi non come notizie. Stiamo parlando di persone: servono rispetto, attenzione, umanità, ascolto e, piuttosto, l’eloquente silenzio di un abbraccio”. Non credo che ci sia nient’altro da aggiungere.

13 gennaio, 2010 | Nessun commento

Quel desiderio soddisfatto

Per curiosità, sono andato a ripescare l’editoriale scritto esattamente un anno fa, dove avevo elencato alcuni desideri “tecnologici” per il 2009; temevo però che una lista stilata 12 mesi fa rischiasse oggi di suonare superata e smentita dai fatti.  Rileggendola, mi ha invece colpito uno di quei desideri, che qui riporto: “Mi piacerebbe che gli sviluppatori di sistemi operativi e di piattaforme hardware comprendessero che la gente è stufa di dover cambiare sistema ogni pochi mesi per stare dietro a novità tecnologiche che spesso non portano a miglioramenti reali nell’esperienza d’uso”… Ebbene, ho l’impressione che con il lancio di Windows 7 qualcosa di questo desiderio si sia avverato. Una ipotesi confermata dai risultati di una indagine svolta da PC World USA presso più di 500 lettori che hanno scelto di installare Windows 7 fin dal lancio, per verificarne il grado di soddisfazione: le risposte sono infatti state decisamente positive nei confronti del nuovo nato di Microsoft. Un esempio su tutti: ben il 70% del campione ha risposto di essere estremamente soddisfatto di Windows 7, un altro 24% ha detto di esserlo abbastanza, il 4% ha detto di essere neutrale e solo il 2% ha affermato di non essere soddisfatto. Per confronto, nell’analoga indagine svolta dopo il lancio di Windows Vista, solo poco più del 30% aveva dichiarato di essere estremamente soddisfatto e circa il 25% affermava di essere “non impressionato”. E se non vi sembra un gran risultato aver migliorato il grado di soddisfazione rispetto al discusso Vista, pensate a quello che ha detto uno dei partecipanti all’indagine, facendo crollare un vero e proprio tabù: “Io sono decisamente un uomo Apple, ma Windows 7 mi piace”…
Non mi interessa tanto che Microsoft abbia (finalmente?) realizzato un prodotto riuscito, ma quanto che uno dei pregi riconosciuti di Seven sia proprio il fatto che non richiede aggiornamenti dell’hardware, anzi riesce a funzionare anche su piattaforme non molto potenti. A volte i desideri si avverano…
Auguro a tutti che qualche desiderio per il 2010 si realizzi!
Alfredo “OldFred” Distefano

P.S. Commentate per confrontare i vostri desideri per l’anno nuovo

24 dicembre, 2009 | Nessun commento
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